Nov
13

Il circo magico del buffet da Roby Scussa

Il buffet che vi raccontiamo oggi è conosciuto da tutti come Roby Scussa. Da Roberto, l'oste precedente, e Scussa, la via sulla quale è affacciato. Un buffet verso la fine del viale, quello che i triestini chiamavano acquedotto – oggi di tutto questo è rimasto solo il nome di un altro esercizio pubblico all'altezza del cinema Nazionale. La porta sbatte – forse da oliare un po', ma va bene così – e la nebbia di san Martino viene messa all'uscio. Dentro, riprende vita la tradizione del buffet alla triestina.

“Qui dentro prima c'era un magazzino vini” racconta Toni Ravalico, nato a Trieste da famiglia istriana. “Poi uno spaccio, inteso come luogo dove poter venire ad acquistare a buon mercato il vino. Per quello che ne so, questo buffet è sempre stato qui. Storia vuole che venisse anche James Joyce, visto che soggiornò in un appartamento sito nello stabile a fianco”. Una targa lo ricorda, lo scrittore irlandese, proprio sul muro.

Ci sono poi delle fotografie che ricordano la memoria del luogo. Fotografie antiche, di quando le botti venivano scaricate proprio davanti all'entrata, fotografie dello zio di Toni, in divisa austroungarica da Alpenjäger ( cacciatore delle Alpi ) negli anni immediatamente vicini allo scoppio della Grande guerra. Quadri dalle improbabili forme che malinconicamente ricordano la città di Pirano d'Istria, appena aldilà del golfo di Trieste. Fotografie della passione per il Milan, e vecchi regolamenti di giochi di carte proibiti, durante il ventennio fascista, e quelli invece più recenti ( del 2002 ) firmati dall'allora sindaco Roberto Dipiazza. “Credo che nissun controlli più 'ste robe” dice un avventore al banco.

La famiglia Ravalico prende in gestione lo storico buffet nel 2008, successivamente ad alcuni lavori di rifacimento di Largo Giardino ( con conseguente spostamento della fermata del trasporto pubblico ) tolgono la possibilità a Toni di continuare a lavorare come edicolante. Un'altra vita. Ricominciare da zero, un po' come quando i suoi genitori decisero di lasciare la casa in Istria per venire a Trieste.

Valentina, la figlia maggiore, all'epoca da Roby ci lavora già da tempo. “Abbiamo una clientela che varia veramente tanto. La mattina ci sono le persone anziane, arrivano, si mettono a chiacchierare, discutere i fatti della settimana. Poi mangiano qualcosa. La prima cosa che ordinano è il rodoleto col cotto” ( una sorta di involtino fatto con il prosciutto cotto ). Ci sono gli operai, e poi, la sera arrivano gli studenti universitari. Pensa che una volta, la mattina, facevamo anche trippe e goulasch”.

Tengono aperto un po' di più i Ravalico. “Anni prima Roby, visto che gestiva tanto da solo ed era ovviamente stanco, la sera chiudeva presto. Gli studenti, si sa, vivono le ore della giornata in maniera diversa. Così abbiamo pensato di rimandare la chiusura di qualche ora. Devo dire che è stata una scelta azzeccata”.

Il rapporto con Sfreddo è più che decennale. “Anche con la gestione precedente, con Roby, era così. Il cotto arriva verso le 7.30 del mattino, tre volte per settimana”. La settimana è anche un pretesto per parlare di "speciali", avventori. “Ricordo bene di quando Dario Fo venne a mangiare qui” dice Toni. “Poi Alessandro Gassman, ch'era venuto a pranzare prima delle prove al Teatro Rossetti. Ci sono in effetti tante compagnie teatrali che vengono qui per un momento conviviale. Ad esempio la più famosa di tutte è la La Rancia, compagnia che si occupa di musical da oltre 30 anni”.

La moglie di Toni arriva la mattina molto presto. “E' qui già alle 5 assieme ad una signora che le dà una mano. Preparano tutto quanto loro, sono degli angeli” dice Toni.

Le storie che si possono ascoltare dentro al Buffet da Roby sono tante. Riassumerle per forza qui dentro non sarebbe un tributo di fedeltà. Sarebbe operazione monca. Ci sono vicende che solo i nostri occhi possono cogliere. La televisione accesa su canali di musica che trasmettono continuamente canzoni che alcuni definirebbero “roba vecchia”. Il cappello di alpino di Toni, e le mille poesie in dialetto attaccate al muro. Una scritta “Charlie Hebdo” incisa su un tavolo di legno. Sembra di sentire suonare il telefono a muro e delle voci in dialetto. (fine prima puntata)